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Il novecento è stato un secolo travagliato, almeno dal punto di vista dei confronti-scontri (spesso sanguinari) tra culture ed etnie umane, del crollo delle ideologie, della lenta ricostruzione di valori condivisi, della nuova fase storica del capitalismo mondiale, dell'emergenza di nuovi diritti dell'essere umano e perfino dell'ecosistema non umano. Inoltre, anche dal punto di vista epistemologico - ovvero del modello conoscitivo ritenuto più idoneo per decifrare e pensare adeguatamente i cambiamenti e le transizioni in atto -, si deve registrare un particolare travaglio, che investe perfino coloro che teorizzano paradigmi conoscitivi e cercano di elaborare i codici più adeguati per pensare la realtà fisica, sociale ed umana.

In particolare, sembra oggi in crisi - probabilmente irreversibile - un modello fondato sul prevalere delle conoscenze scientifiche, reputate esatte e positive e spesso contrapposte alle altre abituali forme di organizzazione delle conoscenze e dei saperi. Modello epistemico che aveva cominciato la propria gestazione agli albori della stagione moderna dell'Occidente europeo, allorquando, seppur da diversi punti di partenza, sia Bacone che Cartesio avevano invocato e teorizzato il superamento di un metodo classico di conoscenza, basato sull'induzione e la deduzione, che era comunque riuscito a sopravvivere per oltre un millennio. Quest'alternativo metodo universale di conoscenza, nelle intenzioni, avrebbe dovuto consentire non soltanto una riflessione e quasi una meditazione sulle origini ed i principi di tutto quanto esiste, ma anche offrire possibilità sempre più raffinate d'intervento tecnico e tecnologico sulla natura previamente indagata e quindi ritenuta conoscitivamente dominabile da parte del soggetto umano.

A partire da Galileo, con l'introduzione definitiva della quantificazione matematica nello studio della natura, delle sue leggi e delle sue manifestazioni, si precisava ulteriormente questo complesso ed articolato itinerario, mirante - come da qualcuno è stato osservato - ad una radicale "matematizzazione della fisica", ovvero ad una riconduzione al quantitativo di tutto ciò che risultava osservabile ed inventariabile nel cosmo e nell'universo, perfino del qualitativo, dello psicologico e di tutto ciò che ha a che fare con i processi socio-culturali: due numeri, un'ascissa ed un'ordinata, divenivano, così, sufficienti per registrare, studiare, calcolare e prevedere tutto quanto si verifica nell'orizzonte mondano ed umano. Un itinerario, quello descritto, che risulta perseguito in maniera pressoché continua da non poche persone umane fino al recente passato, con periodi di maggiore o minore entusiasmo e fiducia, certamente con risultati assai apprezzabili dal punto di vistadelle "scienze esatte" e della tecnologia.

Tuttavia, esso è stato gradualmente sottoposto a revisione, fino a registrare un lento e progressivo ripensamento, peraltro proprio in quegli ambienti (quali, ad esempio, il neopositivismo logico o la iperspecializzazione settoriale delle "scienze della natura") che di fatto sarebbero dovuti risultare gli eredi legittimi di quel paradigma moderno. Le stesse riflessioni di molta parte del pensiero contemporaneo sui limiti delle scienze europee, oppure gli avvertimenti sui possibili esiti nefasti di un'enfatizzazione della techne, alternandosi alle teorie epistemologiche dei progressi scientifici e dei tramonti di schemi inveterati, proposti dagli esponenti dell'epistemologia o della filosofia del linguaggio contemporanei… potrebbero ben rileggersi come un insieme di segnali che invitano oggi a prendere atto del declino non soltanto di questo o quel modello teorico, bensì di una "visione del mondo" - quella che talvolta era stata identificata con un Occidente permeato di valori cristiani, fiducioso nel domani e pieno di speranza in un progresso storico futuro -.

Rispetto, però, alla tesi di un "tramonto dell'Occidente" - che una certa parte della cultura europea aveva già ipotizzato negli anni Trenta del secolo XX, paventando fantasmi di attacchi "esterni" ad un mondo ritenuto culturalmente monolitico - la nuova stagione sembra piuttosto insinuare la non rinviabilità di confronti a tutto campo tra i più diversi orizzonti culturali. Ciò tanto più perché, nel frattempo, i fenomeni di globalizzazione dell'economia e di massicce migrazioni umane e culturali, sollecitano a nuovi impegni tutti coloro che pensano, e non soltanto nei campi della filosofia, dell'epistemologia e della teologia, ma anche in quelli dell'arte, dello sport, del costume, della moda, dell'architettura, dell'urbanistica, della comunicazione…

Se è vero, infatti, che alla situazione di crisi non sembra ancora sostituirsi un nuovo ed univoco quadro, bensì un vero e proprio avanzare della complessità non soltanto sul piano sociale, politico e culturale, ma sullo stesso piano epistemico, urge, come strategia, il bisogno di por fine all'enciclopedismo ed alla specializzazione settoriale, guadagnando piuttosto la convergenza dei diversi saperi, il confronto critico tra prospettive diverse e perfino antitetiche, in vista di una nuova edificazione comune della città possibile. Urge, in altri termini, il colloquio, appunto, da intendere nel suo senso etimologico di "mettere in comune", in maniera argomentata, ragioni e motivi che consentano di decifrare più facilmente la transizione in atto, nonché di utilizzare al meglio tutte le tradizioni di pensiero e tutte le competenze diversificate. Viviamo, infatti, come alla confluenza delle acque del fiume del recente passato nel maredella contemporaneità, senza essere, forse, ancora in grado di distinguere tra liquidi dolci e salati.

Pur prendendo atto che non siamo ancora al capolinea di questo percorso storico- sociale e culturale e che non siamo ancora in possesso dei criteri di decodificazione di quanto sta effettivamente avvenendo, riteniamo che si possa comunque tentare di abbozzare, nel "frattempo", almeno una diagnosi. Forse anche una prima terapia sperimentale, nella convinzione che la cosiddetta caduta delle ideologie forti - insieme con i "muri" e le "carte" che talvolta ne rappresentavano l'emblema - piuttosto che generare atteggiamenti di smarrimento, di spaesamento, di arroccamento solipsistico in attesa di eventi, di navigazioni asfittiche di piccolo cabotaggio, possa risuscitare negli "spiriti pensanti" la forza di una fresca consapevolezza. Forza da condividere e confrontare in un ideale e reale "colloquio", cioè in uno scambio partecipato di pareri e proposte, per una costruzione comune della città e dell'umano, seppur differenziata negli apporti, nei metodi e nei percorsi.

Più precisamente, proprio nel momento in cui il nostro mondo occidentale sembra "attaccato", dall'esterno, da nuove forze vitali e, dall'interno, dalla crisi morale del capitalismo, dalla crisi politica della democrazia rappresentativa, dalla crisi o, almeno, dall'insufficienza di un sapere riduzionistico che qualifica ancora diversi settori della scienza e della tecnologia, e - in alcune letture - perfino da una traiettoria di esaurimento della carica sociale dello stesso cristianesimo, possono probabilmente ridiventare rilevanti alcune esigenze di ripresa di "sguardi globali" sulla realtà e di confronto franco e leale con paradigmi storici, culturali, artistici e religiosi che, in qualche modo, hanno segnato l'Occidente e ne hanno contribuito a strutturare il profilo di civiltà. In tal senso il termine Occidente non evocherà - come talvolta sembrerebbe suggerire filologicamente il termine - scenari di declino e di tramonto, di desuetudine e di ombre, di "oltrepassamento senza ritorno" di Atene, Gerusalemme e Bisanzio, e di tutto quanto questi tre emblemi geoculturali hanno potuto rappresentare, ma anche avvisaglie di bagliori, rossori di prossime albe, promesse di nuovi e diversi giorni, forse vivace attesa di redenzione o, almeno, di ripristino di un'etica della responsabilità, in attesa operosa di un tempo in cui si possa continuare ad esercitare consapevolmente la "religione della libertà".

Ciò sembra tanto più pertinente ed urgente se a tali fenomeni si guarda nella prospettiva di uno dei Sud del mondo - qual è appunto il nostro Meridione d'Italia rispetto all'Occidente europeo -. Proprio questo Meridione, per la sua collocazione geo- antropica - che ne fa una punta avanzata, attraverso il Mediterraneo, sul Sud del mondo - e per le sue risorse culturali ha, in altri tornanti della storia, contribuito non poco alla riformulazione di prospettive rinnovate ed al rilancio di semi di speranza laddove sembravano invece prevalere desideri mancati ed occasioni perdute. Non è un caso che, proprio da Napoli, all'interno di un orizzonte culturale di respiro europeo, Benedetto Croce, nell'ultima fase della sua attività, quasi tracciando un bilancio di eventi e situazioni che sembravano allora presentare un conto abbastanza negativo, segnalava l'esigenza di recuperare uno sguardo diverso sulla realtà, fino a rilanciare una certa "filosofia prima" che evitasse le secche del relativismo esasperato e, insieme, guardasse al cristianesimo stesso non soltanto per verificarne i suoi aspetti di religione istituzionale, bensì per assumerlo come cifra storica e come simbolo concreto di un possibile umanesimo integrale e liberale, cioè esso stesso occasione propizia per una più generale opera di ricostruzione del tessuto di civiltà e per un rilancio della libertà umana.

Se, infatti, il contenuto concettuale della parola libertà coincide con l'essenza stessa dell'essere umano - tema, questo, che anche la cultura cristiana continuava a Napoli ad approfondire e divulgare -, la libertà non può essere mai conferita alla persona umana (come si è preteso, ad esempio, in certi momenti di rivoluzione violenta in cui si voleva fare di tutti delle persone libere e degli eguali, negando la uguale libertà ad essere diversi, ovvero scambiando per libertà quello che era piuttosto l'ideale di un'appiattita ed uniforme eguaglianza), ma va soltanto riconosciuta. In questo senso, l'ispirazione crociana veniva ad incontrarsi con le esigenze della cultura cristiana meridionale, soprattutto nel momento in cui si precisava che la libertà non si può dare perché ogni essere umano l'ha già in sé, anzi è libertà, al punto che volere veramente "se stesso" equivale a volere la libertà assoluta.

Di conseguenza, la libertà, proprio perché coincidente con la "essenza stessa" dell'essere umano, e più segnatamente con la sua "spiritualità", resta, sì, "creatività", e quindi, arbitrio, tuttavia mai un mero arbitrio, in quanto di quella medesima "essenza umana" fa parte anche, anzi soprattutto, la razionalità. Riappropriarsi di ciò che si è anche nell'attuale contesto di transizione; manifestare la propria "essenza" di persone libere perché consapevoli anche nella generale caduta di valori condivisi; realizzare la propria "spiritualità" umana anche di fronte ad esasperazioni anarco- capitalistiche, prendendo le distanze dagli scientismi esasperati, dalle tentazioni estremistiche, dai fondamentalismi sia religiosi che laici, dalle facili fughe irrazionalistiche e dalle derive nichiliste: ecco degli obiettivi plausibili che ci sentiamo di poter condividere ed approfondire, anche mediante l'apporto teorico, oltre che con le realizzazioni pratiche, di chi voglia starci.

Tutto ciò sembra oggi poter trovare condizioni favorevoli ancora a partire dalla città di Napoli ma pur sempre con intenti ecumenici, soprattutto nella direzione - che oggi sembra necessaria - di operare intellettualmente per un'integrazione valida dell'eredità del passato remoto e recente, nonché per la gestione razionale e consapevole del nostro presente complesso e frammentato, sia in linea di principio che sul piano dell'effettualità storico- sociale. Non si tratta certamente di chiudere tout court con la tradizione e con i suoi paradigmi conoscitivi. Sarebbe miope rinnegare quanto di positivo e di utile la svolta moderna ha comportato per l'essere umano: basti pensare a quanti avanzamenti tecnologici e miglioramenti sul piano del benessere individuale e collettivo hanno comportato i progressi scientifici e le tecnologie biologiche, chimiche e fisiche, oppure a quanta parte - almeno nel Nord del pianeta - abbiano avuto nell'oltrepassamento della forma di lavoro in senso tradizionale (produzione di beni materiali) le tecnologie produttive più recenti, in grado di controllare e cambiare radicalmente i fenomeni osservati ed indagati, anzi di generare nuove possibilità economiche.

Pur tuttavia, sarebbe altrettanto miope ostinarsi a ritenere che un sapere unico possa essere esteso a tutti gli aspetti e settori della vita individuale ed associata. Non a caso, anche dai campi della fisica e della matematica di oggi, provengono affermazioni rilevanti in tal senso, come mostrano alcune riflessioni che ci ricordano che viviamo ormai in un mondo in cui le certezze fisiche non sono più tali, nel senso che hanno perso quel carattere assiomatico e di "verità fuori del tempo", assoggettandosi esse stesse alla contingenza storica che ha voluto per il nostro attuale universo certe leggi e non altre. Ci sembra che l'avvio - non episodico ed occasionale, ma strutturato, consapevolmente progettato ed anche graficamente evidente - di "colloqui" tra esponenti di culture e di saperi fino ad un recente passato considerati antitetici, possa oggi contribuire alla riformulazione di uno sguardo globale sui cambiamenti in atto, in grado d'indugiare sugli apporti positivi del passato remoto e prossimo, ma anche di porsi alla ricerca di segnali di nuova civilizzazione e di un umanesimo liberale. Speriamo, anzi, che questi stimoli, raccolti da molti altri, disponibili al confronto ed al dialogo critico, si articolino in varie direzioni, soprattutto verso il passato - sulle cui "spalle" occorre sempre salire per vedere meglio più avanti -, e verso il futuro in gestazione nel presente e, quindi, "governabile" e "prevedibile" fin d'ora.

L'intento non è tanto quello di giustapporre in una sommatoria meramente quantitativa i risultati delle varie discipline e tanto meno le ipotesi e le conclusioni degli intellettuali di estrazione e provenienza culturale diversa e, talvolta, antitetica che vorranno, a diverso livello, partecipare a quest'avventura attraverso le attività seminariali e la produzione di testi. Si vorrebbe piuttosto provare a confrontare/far incontrare "il tempo e le idee", quasi "forzando" i confini tradizionali delle diverse forme di sapere e delle diverse appartenenze ideali e culturali in una direzione articolata e differenziata, ma in qualche modo condivisa e partecipata, com'è tipico di chi decide di entrare a colloquiare, cioè non soltanto di porre ed o-pporre tesi intorno ad un ideale "tavolo di parlanti", ma di far esperienza e tesoro delle "ragioni" degli altri, di misurarne le "quote di ragionevolezza", di rilanciare continuamente il discorso, di addivenire, forse, almeno aqualche consenso d'intersezione su alcuni punti: una direzione comune che tenga conto delle opportune distinzioni di metodo e d'impianto, ma sappia anche recuperare, oltre ai più diversi apporti disciplinari, artistici e socio-culturali, uno sguardo unitario in grado di offrire la comprensione ed il giudizio ad un agire umano che voglia continuare ad essere esercitato alla luce di una responsabilità etica.

Il periodico quadrimestrale "Colloqui", promosso e sostenuto dal Centro di cultura "Oltre il Chiostro" - Napoli, è appunto una palestra scritta, posta al servizio di chi ritiene che esistano ancora dei valori storicamente condivisibili, seppur diversamente fondati e che, perciò, intenda coraggiosamente collaborare a questa scommessa sul futuro.

Le sue tre Parti, anche graficamente distinte, sollecitano, dunque, tre possibili diversi livelli di collaborazione, sotto la supervisione del Consiglio di Direzione (costituito dai professori Pasquale Giustiniani, Ernesto Paolozzi, Raffaele Prodomo, Giuseppe Reale, Renata Viti Cavaliere) e con la consulenza del Comitato scientifico al quale possono aderire, inoltrando domanda al Consiglio di Direzione, tutti gli studiosi ed i cultori che condividano il Progetto editoriale.

La I Parte (intitolata Agorà) mette monograficamente a tema, in ogni numero, una questione emergente, affidando a tre/quattro prospettive diverse (con articoli di non più di 10/15 pagine) il compito di costruire multiprospetticamente ipotesi di lettura, strategie di soluzione, consensi per intersezione.

La II Parte (intitolata Percorsi) raccoglie - con modalità miscellanea - interventi, contributi, conferenze, seminari, polemiche… su temi e problemi messi a fuoco nelle varie iniziative estetiche, musicali e culturali coordinate dal Centro di cultura "Oltre il Chiostro".

La III Parte (intitolata Segnali ed incroci) è prevalentemente bibliografica: si propone di recensire e di offrire, anche attraverso rassegne e note critiche, valutazioni ed opinioni su eventi dei mondi della bibliografia (soprattutto se filosofica e teologica), della scienza, dell'etica, del costume, della musica, dello spettacolo e dell'arte.



Comitato scientifico di Colloquionline
Barcaro prof.ssa Rosangela, Battaglia prof.ssa Luisella, Bellino prof. Francesco, Bonetti prof. Paolo, Brondino prof. Michele, Cantillo prof. Giuseppe, Cofrancesco prof. Dino, Colonnello prof. Pio, Coltorti prof. Mario, De Caprio prof. Lorenzo, Di Grazia prof. Ottavio, Galeazzi prof. Gianfranco, Ianniello prof. Antonio, La Torre prof.ssa Maria Antonietta, Lauretano prof. Bruno, Lissa prof. Giuseppe, Maldonato prof. Mauro, Manti prof. Franco, Marra prof.ssa Ornella, Martelli prof. Stefano, Matarazzo prof. Carmine, Matassino prof. Donato, Mazzarella prof. Eugenio, Miano prof. Francesco, Nave prof. Alberto, Nieddu prof.ssa Anna Maria, Punzo dott.ssa Clotilde, Roberts prof. D. David, Savignano prof. Armando, Sorge prof.ssa Valeria, Spinsanti prof. Sandro, Vattimo prof. Gianni.

Coloro che intendano aderire al Comitato Scientifico, sono invitati ad inoltrare la propria adesione al
Consiglio di Direzione di Colloquionline
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