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› ELIE WIESEL, La notte, Giuntina, 1991

a cura di Antonio SENA

Sarebbe un grave errore di prospettiva considerare questo libro soltanto come una drammatica e intensa testimonianza di un protagonista sullo sterminio.
“La notte” è molto di più, è un moderno libro di Giobbe in cui l’uomo maturo che nel campo ha perduto la fede si rispecchia nel giovanissimo, mistico studente di discipline talmudiche che visse quella terribile esperienza e insieme si interrogano sul male, trascinano in giudizio Dio, secondo una viva tradizione ebraica affievolitasi nel cristianesimo, per chiedergli conto dell’orrore del mondo. Perché, come spiega al protagonista prima dell’arresto Moshé lo Shammàsh, factotum di una sinagoga,” l’uomo si eleva a Dio attraverso le domande che Gli pone…Ecco il vero dialogo: l’uomo interroga e dio risponde. Ma le Sue risposte non si comprendono, non si possono comprendere perché vengono dal fondo dell’anima e vi rimangono fino alla morte. Le vere risposte, Eliezer, tu non le troverai che in te”. Perché, diceva sempre Moshé, ogni domanda possiede una forza che la risposta non contiene più.
Ma quando Dio tace cala la notte. Il libro è costellato di notti drammatiche che segnano il protagonista ma la vera notte cui allude anche il titolo è la notte delle ragione e della pietà che calò per troppi anni su quel lembo di Europa. La notte di Dio. Marchiano a fuoco l’anima le pagine in cui l’autore rievoca la festa ebraica del Nuovo Anno nel campo e dinanzi ai compagni in preghiera sfida definitivamente Dio: “Oggi non imploravo più. Non ero più capace di gemere. Mi sentivo, al contrario, molto forte. Ero io l’accusatore, e l’accusato, Dio. I miei occhi si erano aperti, ed ero solo al mondo, terribilmente solo, senza Dio, senza uomini; senza amore né pietà. Non ero nient’altro che cenere, ma mi sentivo più forte di quell’Onnipotente al quale avevo legato la mia vita così a lungo. In mezzo a quella riunione di preghiera mi sentivo come un osservatore straniero”.
Siamo nel cuore del mistero di Dio e del male: si dirà sempre che Dio ha lasciato piena libertà all’uomo, anche di operare il male e si risponderà sempre che il Dio ebraico-cristiano (e mi permetto qui di essere approssimativo sul piano strettamente storico-religioso) è il Dio della storia, il Dio che interviene per il suo popolo liberandolo dalla schiavitù d’Egitto, il Dio che appare a Saulo di Tarso e lo chiama a sé, impedendogli di perseguitare i suoi seguaci. E allora in base a quale criterio agisce e, quando tace, perché tace? Risuonano allora le parole di Moshé: “Le vere risposte non le troverai che in te”.
Ed anche il cattolico Mauriac, nella breve, bellissima prefazione, quando ascolta dal giovane giornalista israeliano che lo sta intervistando, la sua storia, tace le sue vive certezze di credente nel Crocifisso che ha salvato il mondo. “Gli ho parlato di quell’israeliano, quel fratello che forse gli assomigliava, quel crocifisso, la cui croce ha vinto il mondo? Noi non conosciamo il prezzo di una sola goccia di sangue, di una sola lacrima. Tutto è grazia. Se l’Eterno è l'Eterno, l’ultima parola di ciascuno di noi Gli appartiene. Ecco ciò che avrei dovuto dire al ragazzo ebreo. Ma non ho potuto far altro che abbracciarlo piangendo”. Il silenzio della fede e dell’amore. Stupendo.
Libro intenso e tesissimo dalla prima all’ultima pagina, che ci fa vivere l’annientamento sistematico, scientificamente progettato ed eseguito, della personalità umana attraverso episodi raccontati sempre con un’umanità e quasi una mancanza assoluta di rancore che stupiscono in un uomo che ha perso madre e sorella nei forni e ha visto morire il padre dinanzi ai suoi occhi, torturandosi negli ultimi giorni per negargli un sorso d’acqua indispensabile alla propria sopravvivenza contro quella di un vecchio malato. Questo “Lazzaro risuscitato”, come lo chiama Mauriac, quest’uomo che alla liberazione, dopo una grave intossicazione, rivede dal fondo dello specchio un cadavere che lo contempla, ci ha consegnato una storia che va ben oltre la memorialistica sui campi e diventa meditazione sull’uomo e sul suo mistero.

L'Autore
Scrittore e giornalista statunitense di origini ebraico-ungheresi, nato a Sighetu nel 1928 e morto a New York nel 2016.
Sopravvissuto ad Auschwitz e Buchenwald, dove perde i genitori e la sorella minore, nell’aprile 1945 viene assegnato a un orfanotrofio francese.
Dopo gli studi di filosofia alla Sorbona si dedica al giornalismo. La prima prova letteraria è un lungo racconto della sua esperienza nei lager, scritto in yiddish e pubblicato in Argentina nel 1955; consigliato da Mauriac (con cui instaura una profonda amicizia) ne ha affronterà poi la riscrittura in francese, dando vita a uno dei capisaldi della letteratura dell’Olocausto, La notte (1958): in una prosa scarna e frammentata, il romanzo descrive il sovvertimento di ogni valore umano, fisico e spirituale, la «notte» appunto, della razionalità e della fede nell’anima individuale e dell’intero genere umano. Cittadino statunitense dal 1963, insegna all’università di Boston e ottiene molti riconoscimenti di prestigio, tra cui il Nobel per la pace (1986), per il messaggio di umanità e speranza trasmesso dalle sue opere.
Sulla Shoah, i pogrom e i campi di concentramento staliniani è incentrata la sua vasta produzione, sia narrativa (L’alba, 1960; Il giorno, 1961; La città della fortuna, 1962; Ebrei del silenzio, 1966; Il testamento di un poeta ebreo assassinato, 1981; Dopo la notte, 2003; La danza della memoria, 2006; Le due facce dell'innocente, 2008; Rashi. Il grande commentatore, 2009; A cuore aperto, 2011), sia teatrale (Il processo di Shamgorod, 1979). È anche autore di numerosi saggi storici, politici e di esegesi biblica (il ciclo delle Celebrazioni, pubblicate in diversi volumi dal 1972 al 1998).

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