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› CARLO CASSOLA, L’uomo e il cane, Rizzoli,  1977

a cura di Antonio SENA

Libro particolare di uno scrittore versatile, che trattò, nella sua vasta produzione, temi molto diversi e per la sua quasi impermeabilità alla sperimentazione linguistica fu avvertito a un certo punto come anacronistico e aspramente contestato. La peculiarità di Cassola in questo romanzo atipico è di passare dal realismo al simbolico senza quasi che ce ne accorgiamo. Pensiamo di star leggendo dalla prima all’ultima pagina un racconto realistico e invece man mano che ci inoltriamo nella lettura sconfiniamo nella metafora.
L’ho letto a quattordici anni e da allora non ce la faccio più a rileggerlo, mi respinge, e al massimo lo riprendo in mano e ne scorro qualche pagina, qualche episodio, tanto sconsolata è  la visione del mondo che mi trasmette.
In una campagna toscana popolata da gente indurita e arida, il cane Jack viene abbandonato dal suo padrone perché ha ammazzato una gallina del vicino e capisce cosa significhi non essere al proprio posto nel mondo. Vagabonderà da un podere all’altro, da un uomo all’altro, ma non riuscirà più a riconquistare il suo posto di cane riconosciuto dagli uomini, con una casa e un padrone. Sino a un finale tragico nella più desolata solitudine. Scritto in una forma asciutta e con un tono costantemente risentito, questo romanzo mi appare oggi soprattutto una provocatoria e durissima metafora dell’esclusione:
“Il cane e l’uomo sono un binomio indissolubile. Il primo non esiste senza il secondo. Nessun cane rispettabile appartiene solo a se stesso. È spiegabile, quindi, che Jack soffrisse di non avere un padrone”.
Il narratore entra ed esce dalla psicologia canina, cercando di interpretare per i lettori uomini i conati di pensiero che sostengono Jack nel suo vagabondaggio e lo spingono a farsi sempre vittima e consegnarsi senza speranza a quelli che diventeranno suoi carnefici. Perché questo è il dramma del racconto: come spesso capita agli esclusi, Jack non sa e non può e mettere in discussione i fondamenti della società che lo circonda, la logica dei padroni. Egli è psicologicamente complice dei suoi oppressori, si limita a desiderare la reintegrazione proprio in quegli schemi utilitaristici che hanno determinato il suo personale dramma. Da qui la tragedia e certo alla fine Cassola non sta parlando più solo di uomini e cani, piuttosto di chi ha un posto nel mondo, magari anche scomodo, e di chi invece lo perde o è radicalmente fuori.
Ma il fatto che il protagonista sia un cane aggiunge al dramma una coloritura ancor più disperata: perché un cane, nonostante il facile antropomorfismo di cui amiamo compiacerci, è altro dall’uomo, è natura, non è ispirato nel suo comportamento dall’interesse o dalla crudeltà gratuita, l’intervento del codice umano nel suo mondo può avere esiti devastanti. Egli pensa sempre che compiacere vuol dire essere alla fine accettato, anche in una posizione gerarchica subordinata, come accade ad esempio nel branco di lupi, ma l’uomo non ragiona così, ha i suoi interessi e le sue imprevedibili passioni, dinanzi ai quali lusinghe e sottomissioni spesso non servono.
E pensandoci bene, nella società umana noi riproduciamo costantemente questo schema di esclusione e di privazione della dignità, serriamo le fila del branco e creiamo costantemente dei meno uomini, degli uomini non uomini. Magari, esaminando razionalmente la situazione, non è che le persone o i gruppi che decidiamo di escludere ci rechino poi tanto danno. Ma li sentiamo “diversi”, avvertiamo che accanirsi contro di loro è utile per tante, antiche o improvvisate ragioni, o anche solo per rafforzare la nostra identità, e non è un delitto contro l’umanità perché “non sono come noi”. Altrimenti come ve li spiegate i genocidi? E di i quanti Jack umani sono costellati i massacri di questa nostra umanità, quando è ottusa e disperata?

L'Autore
(Roma 1917 - Montecarlo di Lucca, 1987) scrittore italiano formatosi sul modello dei Dublinesi di Joyce (il cui influsso è evidente nei racconti di La visita, 1942), aderì poi a una tematica neorealistica (Fausto e Anna, 1952; Il taglio del bosco, 1954; La ragazza di Bube, 1960, premio Strega) rivisitata in chiave lirica, tratteggiando situazioni e figure nei loro aspetti più sommessi e delicati.
In seguito tale registro è apparso condizionato dall’insistente ritorno dell’equivalenza saggezza-rassegnazione: Un cuore arido (1961), Il cacciatore (1964), Monte Mario (1973), L’antagonista (1976), Vita d’artista (1979), Il ribelle (1980), le raccolte di racconti Colloquio con le ombre (1982) e Mio padre (1983).
L’ultima produzione è caratterizzata da un’intensa propaganda antimilitarista: La lezione della storia (1978), Diritto alla sopravvivenza (1982), Contro le armi (1980), La rivoluzione disarmista (1983).

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