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ERICH MARIA REMARQUE, Tempo di vivere, tempo di morire, Oscar Mondadori, 1999

a cura di Antonio SENA

Il libro che lo aveva imposto all'attenzione di pubblico, critica e classe politica, non solo in Germania, era stato “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, pubblicato nel 1929, una storia per nulla eroica di guerra di trincea, la storia di un disastroso plagio ideologico che aveva portato una generazione intera a farsi massacrare nel fango delle trincee belghe e francesi.
Non c'era più posto per lui in Germania.
Poi la storia si è ripetuta con Hitler e la sua guerra e questa volta il dramma del popolo tedesco è stato ancora più lacerante. Non era in gioco più solo una guerra perduta ma i valori fondanti dell'umanità. E Remarque, in questo nuovo romanzo bellico del 1954, si sceglie un fronte per certi aspetti simile a quello del suo protagonista di decenni prima per raccontarci quest'altra prova durissima del popolo che era stato il suo e ci mostra in Ernst Graeber un’altra rotella di un ingranaggio spaventoso. Ma lo fa con un'umanità e un realismo che insieme risultano al tempo stesso toccanti e inquietanti. Se non ha avuto l'impatto potente dell'altro, questo libro resta tra le massime espressioni della narrativa sulla seconda guerra mondiale e su un certo tipo di guerra in particolare. Perché questa guerra per il popolo tedesco non è stata come l’altra: in controluce la riflessione non era su una qualsiasi guerra perduta, ma sulla guerra della barbarie per eccellenza, combattuta però da uomini che non erano nella loro totalità mostri totalmente accecati da un odio pregiudiziale e ideologico, erano in molti casi solo, tragicamente, uomini, gli uomini angeli e bestie di un notissimo “pensiero” di Pascal.
La tecnica ormai consolidata permette a Remarque di ampliare l’arco della denunzia ma senza gonfiare i toni, di procedere verso l’assurdo con passo felpato. Egli sa rendere significativo della guerra il quotidiano, il banale, il dialogo di pura comunicazione, la descrizione di un ambiente squallido, sbriciola la narrazione in una serie di istantanee e di frammenti di dialoghi. Questo stile disorienta inizialmente il lettore, ma se si ha la pazienza di affezionarsi a quegli stivali fangosi, a quegli zaini pesanti, a quei dialoghi frantumati e spesso reticenti, il quadro si compone nitido e si entra in una dimensione di familiarità con la guerra che è familiarità con la dimensione più profonda e oscura dell'essere umano.
Remarque costruisce con questi materiali "poveri", senza alcuna retorica ideologica, nemmeno di stampo pacifista, la più dura requisitoria contro l'intrinseca mancanza di umanità del sistema nazista.
Siamo in Russia al momento della lenta ma inarrestabile ritirata tedesca. Ernst Graeber, che emerge lentamente dalle prime pagine come protagonista dal coro dei suoi commilitoni, aspira a una licenza, la ottiene e il suo è un viaggio nella sua città devastata, non riesce nemmeno a vedere i genitori sfollati, alla fine trova solo un biglietto. Il paese è ancora una caserma dove ognuno crede nell'impossibile. La rivolta di Ernst è in tono minore, fa amicizia con la figlia di un internato politico, la sposa, frequenta il suo ex professore di religione che nasconde un ebreo ed è sorvegliato dalla Gestapo. Remarque arricchisce la storia di numerosi, anche fugaci incontri, di riflessioni, la rende una sorta di viaggio iniziatico, condotto in sordina, sotto voce, verso una morte ugualmente in tono minore, ma proprio per questo carica di tanti, inconsueti e sconvolgenti significati. Perché Graeber muore per il sussulto d’odio di un nemico che non riesce più a considerare tale e la sua fine ci ricorda che l’odio esiste, che in guerra si può commettere un’atrocità pur stando dalla parte che nel complesso si direbbe quella giusta e si può mostrare umanità tra le file di quella che nel complesso si direbbe la parte sbagliata. E lo scambio dei ruoli è continuo. Perché nel drammatico confronto con la coscienza individuale gli schieramenti contano poco e l’uomo ha sempre la possibilità, in una data e irripetibile circostanza, di fare la scelta giusta, la scelta della sua realizzazione etica, anche se avrà sulla sua singola vita un effetto fatale e non cambierà le sorti del mondo. Ha sempre la drammatica scelta della testimonianza. Ed è sul progressivo affermarsi di questa idea nella mente di Ernst che Remarque costruisce tutto il suo romanzo.
Restano nella memoria e nella coscienza le sue parole al suo ex professore, la più straziante testimonianza del dramma di una generazione:
“Fino a che punto divento complice quando so che la guerra è perduta ma che dobbiamo perderla perché cessino la schiavitù e la strage, i campi di concentramento, le S.S e il Servizio di Sicurezza, le uccisioni in massa e la mancanza di umanità; quando so tutte queste cose e fra due settimane torno a combattere in favore di esse?”
È la domanda alla quale da Norimberga in poi non siamo ancora riusciti a dare una risposta univoca. E dov'è la risposta? Ma solo per essersi posto questa domanda e averla vissuta fino alle estreme conseguenze, Ernst emerge come un uomo nella massa. Anche la sua morte, paradossale e senza senso, sarà il segno che è morto da uomo, facendosi carico, lui, piccolo soldato semplice, ultima rotella di un mostruoso ingranaggio, delle contraddizioni della sua epoca e di una guerra che all’inizio era stata anche la sua.

L'Autore
Erich Maria Remarque, pseudonimo di Erich Paul Remark, è stato uno scrittore tedesco, nato a Onasbruck nel 1898 e morto a Locarno nel 1970.
Partecipa alla prima guerra mondiale e ne porta nell’animo profonde devastazioni che non lo abbandoneranno mai e da questa esperienza nasce il suo primo romanzo, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, del 1929, che nello stile asciutto e franto e nella disamina impietosa della violenza ideologica inflitta a una generazione non solo segnerà un’epoca ma avrà toni premonitori. Al dramma della guerra, visto questa volta dalla parte dei reduci, dedicherà anche il romanzo seguente “La via del ritorno”, del 1931, che avrà minor successo. La sua rappresentazione impietosa della guerra e delle condizioni di quella che sarebbe dovuto essere nell’immagine della propaganda, la gloriosa gioventù tedesca, gli scateneranno contro una campagna d’odio che già nel 1932 lo costringe a lasciare la Germania. Sarà esule in Svizzzera e dal 1939 cittadino statunitense. Il nazismo sarà d’ora in poi oggetto della sua tormentata e lacerante riflessione. Nascono così “Ama il prossimo tuo”, del 1941, “Arco di trionfo”, del 1945, e “Tempo di vivere, tempo di morire”, del 1954, il suo libro, sempre in chiave antieroica e con prospettiva dal basso, sulla sporca guerra di Hitler sul fronte orientale e sul dramma del cittadino-soldato tedesco nello stato totalitario nazista. Tra gli ultimi romanzi di Remarque, va ricordato “La notte di Lisbona”, del 1963, ancora legato alla seconda guerra mondiale.
Stabilitosi definitivamente in Svizzera, morirà in una clinica di Locarno, stroncato da un infarto, nel 1972.

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