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GEORGE ORWELL, La fattoria degli animali, Mondadori editore, 1947

a cura di Antonio SENA

Si ritorna volentieri a Orwell, alla sua intelligenza fuori dagli schemi, al suo estro narrativo, che lo indusse a cimentarsi in diversi generi letterari, alla sua vibrante passione politica. In particolare si può ritornare con piacere a questo romanzo, ottima lettura di un’estate intellettualmente vigile.
Pensato durante la guerra civile spagnola, pubblicato a Londra nel 1945, tempestivamente tradotto in italiano nel 1947 da Mondadori nella storica collana “Medusa” con un’acuta Prefazione di Giorgio Monicelli, "La fattoria degli animali" è uno di quei libri felici nei quali l'autore ha imbroccato la strada giusta su tutto: genere letterario, struttura, personaggi, stile. Si avverte la felicità dello scrittore che diventa davvero felicità del lettore. Niente infatti appare fuori posto, tutto funziona alla perfezione, come uno splendido meccanismo degli orologi di un tempo, senza indugi e sbavature.
Il genere favolistico è una trovata geniale.
Una volta stabilita la relazione tra una rivolta di animali in una tipica fattoria padronale inglese e una rivoluzione umana (che nel caso specifico è quella sovietica con il conseguente stalinismo), tutto fila alla grande e l'autore può permettersi, con la più grande disinvoltura, trasparenti identificazioni tra gli animali e i protagonisti della rivoluzione dei soviet o tra gli animali e le varie categorie di uomini che partecipano a una rivoluzione e la sostengono.
L'intero romanzo, attraversato da un'inesausta tensione intellettuale, è un progressivo, implacabile smascheramento di tutte le capziose giustificazioni ideologiche attraverso le quali si passa dalla libertà alla dittatura di un gruppo che, ritenendosi il depositario dell’ortodossia rivoluzionaria, instaura un regime tirannico a suo esclusivo vantaggio. Il quadro potrebbe risultare alla fine soltanto fosco e cupo, ed è questo il cuore problematico del libro, la domanda delle domande: ogni rivoluzione è in sé votata a una dittatura più feroce del regime precedente?
Si avverte però, a mio parere, una vena dolente e amara che non smette di pulsare in tutto il romanzo e che non lo riduce mai a un libello di propaganda anche se gli obiettivi polemici sono trasparenti. Con pragmatismo venato di umorismo, molto “british” in verità, Orwell sembra discretamente ma costantemente suggerire al lettore che non sono gli ideali rivoluzionari in sé ad essere sbagliati e inevitabilmente portatori di oppressione e morte, piuttosto bisogna sempre fare attenzione al fanatismo ideologico che oscura una limpida comprensione e valutazione della natura umana e induce a scegliere scorciatoie che conducono solo al disastro. Orwell non vuole dire che inevitabilmente il cambiamento deve portare a una nuova, più violenta oppressione ma che se è successo, bisogna abbandonare facili entusiasmi e, in particolare, non pensare mai che una necessità superiore giustifichi la violazione delle libertà individuali. È una china pericolosa sulla quale non ci ferma più.
Attraverso la metafora Orwell procede davvero lucido e spedito, colpisce dritto al cuore e nei suoi simpaticissimi o inquietanti animali, tutti diversi l’uno dall’altro e finemente caratterizzati da un’intelligenza estrosa e colta, ci offre alla fine quasi un prezioso e dettagliato campionario, davvero impagabile, di reazioni e tipologie di un piccolo universo rivoluzionario alla ricerca di un nuovo equilibrio.
Tra i tanti personaggi, che andrebbero menzionati tutti, io assegno un oscar speciale al cavallo Gondrano, che rappresenta quelli che, in tutte le rivoluzioni, ci credono ingenuamente e sul serio, senza secondi fini di ricchezza o di potere, si prodigano in tutti i modi e alla fine vengono stritolati dal meccanismo rivoluzionario divenuto tirannica e disumana oligarchia che perpetua solo se stessa. Il suo motto, alla fine disperato, "lavorerò di più", è il commovente marchio di chi non pensa più, sente solo di dover obbedire e sacrificarsi e delega ai "compagni" o "camerati" l'attuazione di un ideale che è ormai incapace di valutare criticamente. Trasparente metafora del compagno operaio Stakanov, ma il simbolo si può facilmente estendere ad altri contesti. In fondo, anche questo atteggiamento mentale di rinuncia a giudicare il potere, di cieca fiducia nelle sue verità truccate con conseguente passiva obbedienza, spiega l’abbrutimento mentale che porta persino al silenzio di interi popoli su genocidi, purghe, persecuzioni e "desaparecidos" vari in tutte le latitudini e in tutte le epoche di questa nostra dolente umanità.
E poi resta nella mente la nuova regola che gli animali trovano scritta un giorno sulla parete del grande granaio, come ultima norma suprema della rivoluzione che sostituisce i precedenti sette comandamenti egualitari: TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI SONO PIU' UGUALI DEGLI ALTRI. La definitiva fine del sogno, il gelido impatto con la realtà di un potere che ha ormai come suo unico scopo conservare se stesso e piega cinicamente ai suoi fini anche i resti di un ideale. Quando alcuni sono più uguali degli altri, vuol dire che tutti sono più disuguali tra loro. Purtroppo, e lo dico con autentica amarezza, questa è la fine di molte utopie rivoluzionarie perseguite fanaticamente, senza una visione realistica della persona umana: una nuova classe di privilegiati e di sfruttatori.

L'Autore
George Orwell, pseudonimo di Eric Blair, è stato uno scrittore e giornalista inglese, nato a Mothari, in India, nel 1903, da famiglia inglese, e morto a Londra nel 1950.
Dopo aver esercitato svariati mestieri, anche come poliziotto in Birmania, partecipò alla guerra di Spagna, dove maturò il suo distacco dal comunismo stalinista. Frutto di questa intensa e dolorosa esperienza fu “Omaggio alla catalogna”, del 1938. La sua opera, come le sue cronache giornalistiche durante la seconda guerra mondiale, sono principalmente contrassegnate da un’inesausta riflessione sulla libertà, il socialismo e la dittatura, in qualunque forma e con qualunque giustificazione possa quest’ultima presentarsi alle menti, spesso stanche e desiderose d’illusione, degli uomini. Tra le sue opere ricordiamo: “La strada di Widgeon Pier”, del 1937, “La fattoria degli animali”, del 1945, “1984”, del 1949. In italiano, un volume de “I meridiani”, raccoglie, oltre ai romanzi, una buona scelta di scritti pubblicati sui giornali, letterari, autobiografici e in generale saggistici, che molto accrescono la comprensione dell’autore ma molto gratificano anche il lettore con la loro imprevedibile intelligenza.

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