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HERMAN MELVILLE, Billy Budd marinaio, Garzanti, 1993

a cura di Antonio SENA

Poco prima di morire Herman Melville, l’autore di “Moby Dick”, scrisse questo breve romanzo (o racconto lungo) che fu pubblicato solo nel 1924 e suggellò con un capolavoro la vita e l’attività di uno scrittore non sempre compreso ai suoi tempi.
All’inizio di questo breve romanzo c’è un mito, quello del bel marinaio, che aleggiava nei porti di tutto il mondo quando ancora si navigava a vela. “L‘indole morale era raramente in disaccordo con la costituzione fisica. In realtà, se non vi fosse stata tale armonia, ben difficilmente la bellezza e la forza, sempre attraenti quando si fondono in un maschio, avrebbero potuto suscitare quell’omaggio sincero che il Bel Marinaio riceveva dai compagni meno dotati”.
E di un bel marinaio andiamo ora a seguire la storia, Billy Budd o, come lo chiamano i compagni, Bimbo Budd, per la sua atavica innocenza e mitezza in un corpo che può scattare all’improvviso come una macchina da guerra. Figlio d’ignoti, cresciuto sulle navi e precettato con la forza su una nave da guerra, Billy si adatterà alla nuova vita ma “grazie alla sua indole e, insieme, all’influsso coadiuvante della sorte, Billy per molti aspetti era poco più di una sorta di barbaro genuino, assai simile forse a come sarebbe potuto essere Adamo prima che il civile Serpente s’attorcigliasse in sua compagnia.” E qui c’è una prima spia che infonde un vago allarme nel lettore.
Sarebbe potuta essere questa, una storia di mare raccontata da un uomo di mare che tante altre ne aveva raccontate.
Ma ti accorgi ben presto che il tono è diverso. La statura dei personaggi cresce a dismisura rispetto alla storia e ne travolge l'impianto realistico. La sua innocenza edenica porterà Billy a incorrere in un’invidia maligna da parte del capo d’armi, il commissario di bordo della nave, che innescherà una serie di eventi che condurranno alla rovina del bel marinaio. Coinvolto subdolamente dal maestro d’armi in una storia di ammutinamento, Billy, nella sua primitiva innocenza non riesce a districarsi e reagisce con la forza bruta dell’innocente braccato.
L’onesto capitano Vere, che vorrebbe ma non può salvarlo, dovrà ammettere che sì, in questa storia “c’è un mistero; ma per usare un’espressione biblica, è un “mistero d’iniquità”, un argomento di discussione per teologi esperti di psicologia. Ma che c’entra una corte marziale?”
Perché questo è il punto focale del romanzo che lo rende un capolavoro: la profondità e la gratuità del male che si annida nel cuore dell’uomo, prorompe inaspettatamente e devasta con gratuita protervia.
Il fascino ambiguo e destabilizzante della bellezza maschile, la fragilità dell'innocenza indifesa che attira su di sé tutta la capacità di odio che l’uomo può trovare dentro di sé, la potenza insidiosa del male, che sembra non una componente della volontà umana ma capace di impadronirsi di tutto l'uomo: con questi elementi Melville, radicandosi negli insondabili abissi della Scrittura, ha dato vita a una potente metafora etica che seduce e inquieta ad ogni rilettura.
Perché nell'agire umano niente è ciò che appare.

L'Autore
Herman Melville, scrittore statunitense, nacque a New York nel 1819 ed ivi morì nel 1891.
Interrotti gli studi per la morte del padre, cominciò a lavorare sulle navi e viaggiò per il mondo, raggiungendo paesi esotici e lontani, che fornirono materia ai primi romanzi, “Taipi” e “Omoo”. Con queste opere raggiunse un grande successo di pubblico, dovuto forse anche all’incomprensione della sua vena più autentica e della sua travagliata problematica morale. Quando infatti si espresse più compiutamente con “Mardi” e “Moby Dick” (1851), in seguito considerato il suo capolavoro, il pubblico progressivamente lo abbandonò e dovette guadagnarsi da vivere come impiegato delle dogane. Continuò a scrivere senza suscitare particolare attenzione ma diede ne “I racconti della veranda” ancora la misura del suo genio capace di coniugare forza narrativa e densità simbolica. Scrisse ancora in vari generi, saggi, memorie, poesie ma non raggiunse mai più il grande pubblico. Lasciò, perfettamente compiuto, il romanzo breve “Billy Budd”, che va di certo annoverato tra i suoi capolavori.

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