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Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Neri Pozza editore, 2016

a cura di Antonio SENA

Con questo autore ho proceduto a ritroso. Ho presentato prima un romanzo della sua produzione posteriore alla seconda guerra mondiale, nel quale la condanna della guerra come umiliazione del singolo si associava al giudizio politico sul nazismo. Adesso, in questi anni che ripercorrono il centenario della “Grande Guerra”, arriviamo al romanzo che lanciò Remarque sulla ribalta letteraria ma ne segnò anche il destino umano.
“Niente di nuovo sul fronte occidentale” è un libro che letteralmente esplose nella Germania post-bellica, ancora segnata dalle condizioni durissime e dall'umiliazione del trattato di Versailles. "Questo libro-scrive l'autore nell'epigrafe iniziale- non vuol essere né un atto d'accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale -anche se sfuggì alle granate- venne distrutta dalla guerra. Ma l’assenza totale, anzi la condanna, dello spirito patriottico infuso in un gruppo di giovani dal loro professore, non poteva passare inosservata nella Germania che, con il crollo di Wall Street, ripiombava, dopo una breve ripresa, in una disastrosa crisi economica e sociale.
Remarque, con uno stile che diventerà ancora più caratteristico nei libri seguenti, parte in tono dimesso, con scene di ordinaria vita militare e poi innalza lentamente ma costantemente la tensione sino a raggiungere l'interiorità dei personaggi. Sono diciannovenni che crescono nei pochi anni di guerra che è dato loro vivere -pochi si salvano- e hanno l'impressione di non avere nulla dietro di sé né davanti a sé. Il narratore, Paul Bäumer è uno studente che si fa interprete non solo dei suoi compagni che con lui si sono arruolati in gruppo, ma anche di altri, contadini, operai che la vita di trincea affratella in due caratteristiche davvero comuni: la solidarietà reciproca e il disincanto totale.
Il romanzo non tratta di politica: della Germania di quegli anni, del suo governo, delle sue scelte, non si dice nulla. Ma se la politica dovrebbe essere in funzione dell’uomo, ogni pagine è politica in questo libro Il protagonista è infatti l'uomo, il ragazzo che fa la guerra e dissolve alla prima granata che squarcia un compagno ogni retorica patriottica. Per semplice paura? No, sembra rispondere Remarque attraverso il suo narratore, perché la guerra, con le sue assurdità, i suoi arbitri, i suoi massacri, è sempre e comunque al di sopra di ogni ragione comprensibile e giustificabile e o si rigetta in sé o si accetta con tutte le sue conseguenze e ogni critica è solo sterile retorica. "Siamo dei profughi, -scrive Paul- fuggiamo da noi stessi. Avevamo diciott'anni e cominciavamo ad amare il mondo e l'esistenza: ci hanno costretti a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore. Siamo esclusi ormai dall'attività, dal lavoro, dal progresso, non ci crediamo più. Crediamo nella guerra".
Il libro riesce ad interessare non a una storia ma a tante vicende, ora fatti, ora esperienze intime. L'abilità sta nel creare un'unità emotiva anche senza una trama riconoscibile, se non quella del tempo che passa e dissecca sempre più l'animo dei protagonisti o li elimina. A un certo punto Paul scrive l'atto d'accusa più duro di una generazione che ha conosciuto solo la guerra e ha visto l'obbedienza dei popoli e l’ingegno di menti brillanti al servizio solo della distruzione: "Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo e andremo a chiedere loro conto? Che cosa si aspettano da noi, quando verrà il tempo in cui non vi sarà guerra? Per anni e anni la nostra occupazione è stata quella di uccidere; è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà dopo? Che ne sarà di noi?".
Si giunge all'estate del 1918, alle prime voci di armistizio, ma l'animo di Paul è sempre più disanimato. Muore il suo grande amico Kat in una scena che resta nella memoria, perché Paul lo porta in salvo dopo che è stato ferito alla tibia ma nel tragitto una scheggia vagante lo ha colpito alla testa senza che Paul se ne sia accorto: il ragazzo ha portato in spalla per alcuni minuti un cadavere credendo di mettere in salvo l'amico. E Paul adesso è solo, lucidamente solo, si illude che la vita rifluisca in lui con le gioie della pace ma in fondo è solo la mancanza di speranza che lo libera da ogni paura, non altro. La storia è finita, la storia della sua anima è finita, non c'è più spazio per ogni tipo di evoluzione.
Il romanzo si chiude con un asciutto corsivo in cui si annuncia la morte di Paul Bäumer qualche settimana prima dell'armistizio, in una giornata tranquilla in cui il bollettino annunciava: "Niente di nuovo sul fronte occidentale".
Mi sono spesso chiesto, con insistenza, come un tarlo che ti rode il cervello: ma era necessario farlo morire, ora che la sua parabola di morte interiore era comunque giunta al culmine o questo finale ha qualcosa di estrinseco, di forzato? Alla fine, ripensando a tutto l'itinerario di Paul, a tante scene del libro, mi sono detto che doveva morire, perché la sua è la morte di una generazione e solo la morte fisica poteva davvero rappresentare incisivamente quella esistenziale e poi perché quel bollettino, "Niente di nuovo sul fronte occidentale", ribadisce drammaticamente quello che Paul aveva capito nei suoi vent'anni, che la morte di un uomo in guerra non conta niente, mentre è proprio dalla carne del singolo uomo che bisognerebbe ripartire.

L'Autore
Erich Maria Remarque, pseudonimo di Erich Paul Remark, è stato uno scrittore tedesco, nato a Onasbruck nel 1898 e morto a Locarno nel 1970.
Partecipa alla prima guerra mondiale e ne porta nell’animo profonde devastazioni che non lo abbandoneranno mai e da questa esperienza nasce il suo primo romanzo, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, del 1929, che nello stile asciutto e franto e nella disamina impietosa della violenza ideologica inflitta a una generazione non solo segnerà un’epoca ma avrà toni premonitori. Al dramma della guerra, visto questa volta dalla parte dei reduci, dedicherà anche il romanzo seguente “La via del ritorno”, del 1931, che avrà minor successo. La sua rappresentazione impietosa della guerra e delle condizioni di quella che avrebbe dovuto essere nell’immagine della propaganda, la gloriosa gioventù tedesca, gli scateneranno contro una campagna d’odio che già nel 1932 lo costringe a lasciare la Germania. Sarà esule in Svizzera e dal 1939 cittadino statunitense. Il nazismo sarà d’ora in poi oggetto della sua tormentata e lacerante riflessione. Nascono così “Ama il prossimo tuo”, del 1941, “Arco di trionfo”, del 1945, e “Tempo di vivere, tempo di morire”, del 1954, il suo libro, sempre in chiave antieroica e con prospettiva dal basso, sulla sporca guerra di Hitler sul fronte orientale e sul dramma del cittadino-soldato tedesco nello stato totalitario nazista. Tra gli ultimi romanzi di Remarque, va ricordato “La notte di Lisbona”, del 1963, ancora legato alla seconda guerra mondiale.
Stabilitosi definitivamente in Svizzera, morirà in una clinica di Locarno, stroncato da un infarto, nel 1972.

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