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PIERGIORGIO PATERLINI, Ragazzi che amano ragazzi, Feltrinelli

a cura di Antonio SENA

Nelle sue due edizioni del 1991 e del 1998 questo libro è stato un caso ed è diventato giustamente un “classico” nel suo genere. Ora ce ne è anche una del 2012, la nona, non l'ho ancora guardata, dalle recensioni credo che l'unica novità sia una nuova, amara prefazione dell'autore. Quella che considero qui è la seconda, ampliata, arricchita dalle numerose lettere ricevute dall’autore dopo la prima edizione del libro. Sono spesso emozionanti quanto le sedici del libro, moltissime di adolescenti e giovani, anche etero, che riflettono, si rivelano, si confrontano, alcune di uomini “maturi”, che ripercorrono la propria vita in un mondo più difficile di quello degli anni novanta.
Paterlini raccoglie le sue storie con pazienza ed amore e fornisce le notizie essenziali sui suoi ragazzi e l’ambiente in cui vivono in una breve nota in calce. Dubbi “filologici” sulle storie, in trent’anni dalla prima edizione del libro, non sono stati sollevati: il materiale non è rimaneggiato e adattato in funzione di uno scopo ideologico, le storie rispecchiano fedelmente la verità di chi le ha raccontate. Inoltre i protagonisti sono restati rigorosamente anonimi, nel corso degli anni nessuno di loro è andato ad “Amici” o a “La vita in diretta”, non c’è stato intorno a loro alcun circo mediatico basato sul morboso gusto della “confessione” pubblica, con tutti i perversi meccanismi di identificazione, idealizzazione o demonizzazione che innesca.
Come iniziare un discorso di merito? Nella prefazione Paterlini rilancia con una sfida decisamente centrata:«…da trent’anni a venire fuori sono solo gli omosessuali, giovani e no (sono sempre loro a rischiare amicizie rapporti sociali familiari professionali), sarebbe, come dire? simpatico che per i prossimi trent’anni venissero fuori, per primi, gli eterosessuali non razzisti: che so, un professore che dicesse, in classe: “Io do per scontato che tra voi ci possono essere persone omosessuali, va tutto bene, magari parliamone; un ragazzo che, in un gruppo di amici, tenesse conto di questa probabilità…e su questa misurasse linguaggi, scelte…Questa sì, sarebbe una bella rivoluzione». Parole sante, soprattutto se chiudiamo gli occhi e ripercorriamo le tante storie di questi ragazzi, che sono anche ragionieri, parrucchieri e meccanici, a infrangere lo stereotipo duro a morire che vede il giovane omosessuale solo delicato, colto, lo studente del liceo classico o dell’istituto d’arte che magari se avesse conosciuto la vita vera e le donne al momento giusto non si sarebbe perduto nelle sue fantasie corrotte. Che spesso si tratti di ragazzi particolarmente sensibili, inclini all’arte e alla letteratura (anche indipendentemente dal tipo di studi però) è vero, ma dovrebbe essere un valore aggiunto, non uno stigma. Il ragioniere del Cilento che si iscrive a Lettere dovrebbe far pensare. Tutti comunque, soffrono della mancanza di colloquio, tutti sono costretti a conoscersi e a farsi un’idea di sé nell’assenza totale di informazioni serie, di un confronto sano e costruttivo.
Il libro coinvolge molto emotivamente perché i ragazzi sono di varie estrazioni, dal punto di vista geografico, sociale e ideologico, le storie sono quindi molto variegate e hanno ognuna un’impronta esistenziale ed espressiva ben specifica. Quello che è bene ricordare a chi lo legge per la prima volta nel 2018 è che l’evoluzione è stata, almeno in apparenza frenetica e radicale, che oggi ci troviamo dinanzi a nuove generazioni e a nuove sfide. Un motivo, ad esempio, ancora grosso modo unificante di queste storie è l’intensità del momento della scoperta, il carattere traumatico di questo momento rispetto alla relazione sesso-sentimento. Qualche esempio, necessariamente soggettivo, può aiutare a chiarire. Mi viene in mente Massimiliano, che a quindici anni si innamora di un amico dell’oratorio che “lo lascia fare” sessualmente: “Lui era contento, trovava la cosa bella, gli piaceva, ma viveva il sesso come conseguenza del nostro essere molto amici, non come un rapporto d’amore. Io invece lo desideravo proprio. È finita perché mi sono reso conto che a volte lo sfruttavo, sessualmente lo desideravo solo io.” Chi ha dato a questo ragazzino una tale sensibilità introspettiva che alcuni non raggiungono mai per tutta la vita? E perché deve pagarla a così caro prezzo? Matteo, di 17 anni, racconta una storia nella quale c’è un evoluzione da un forte e precoce desiderio sessuale, senza alcuna implicazione sentimentale, alla scoperta “che uno può passare la propria vita accanto a un ragazzo come un altro accanto a una ragazza”.
Il lettore chiude il libro con un pugno nello stomaco, una lettera anonima all’arcigay nazionale del 1989, sembra un’altra epoca. Sintatticamente disinvolta, a tratti sgrammaticata, sempre toccante nella sua disperata autenticità e nel suo odore di vita, questa lettera pone davanti agli occhi l’omosessualità “normale” di un ragazzo che vorrebbe essere pienamente omologato con il suo ambiente e invece porta dentro qualcosa di diverso che lo spinge a pensare e a porsi problemi che forse non si sarebbe posto se qualcosa non lo dividesse da quell’ambiente naturale: un ragazzo di Verona “ci è stato”, “ha fatto insieme”, come dice lui, con un compagno di scuola, Luca, sono stati scoperti in palestra e ha addossato la responsabilità dell’atto a lui che poi si è ucciso: “Io però ho dovuto dire che era stato lui, senò i compagni di scuola andavano a dirlo ai proff e mi sputtanavano anche con la mia famiglia così mio padre mi portava dal psicologo e mi metteva in collegio come ha fatto il papà di Luca prima che si ammazzasse. Volevo dirvi che anche a me come a Luca mi piacciono i ragazzi, e quella volta in palestra ero molto contento di farlo con Luca perché lui era un paninaro molto bello biondo e con due grandi occhi neri…Quando Luca si è ucciso ho pensato di farlo anche io ma dopo non ci sono riuscito, però sono stato male e non dormivo alla notte perché se Luca è morto è anche colpa mia. Un’altra volta volevo dirlo anche al mio parroco, ma non l’ho fatto perché lui una volta in chiesa ha parlato molto male della gente come noi e tutti gli battevano le mani e alcuni uomini si alzavano in piedi per battergliele. E io con questa scena stavo ancora peggio.”
Ma tutto questo dolore aveva un senso? E ritorna anche il motivo che ho accennato prima, ma stavolta in forma di domanda: c’è stato certamente un grande cambiamento, ma nella qualità di vita dei ragazzi omosessuali cosa è davvero cambiato? La risposta non è facile e in poche battute il mio discorso potrà solo fornire qualche spunto. Certamente il cambiamento è stato radicale e uscire allo scoperto con serenità è più facile ma resta inquietante che, come afferma Paterlini, molti adolescenti si riconoscono ancora nelle storie di questo libro. Bisogna quindi interpretare la natura del cambiamento. La mia esperienza di insegnante di scuola superiore da pochi anni mi suggerisce l’idea che una maggiore libertà sociale non implica necessariamente una maggiore libertà interiore, che la normalizzazione può anche diventare banalizzazione e a forza di dire che, per carità, essere omosessuali è assolutamente normale come avere gli occhi castani o verdi o azzurri, rischiamo di non ascoltare e non capire le domande che questi ragazzi si pongono, i problemi che ancora affrontano in famiglia, i desideri che hanno rispetto al loro futuro sentimentale, la confusione emotiva che a volte si portano dentro, tutto il loro modo di sentire e pensare laddove è inevitabilmente “colorato” dalla loro omosessualità. Gli adulti rischiano di “accettarli” frettolosamente e distrattamente senza ascoltarli e capirli, perché in fondo l’omosessualità inquieta sempre ma non si sa in quale parte di se stessi, quindi “le aperture” degli adulti, genitori e insegnanti in prima linea, rischiano di essere a corrente alternata, discontinue, non omogenee rispetto all’intero ambito della vita di questi ragazzi e ragazze (non dimentichiamo sempre le ragazze!).
Essere omosessuali indurrà sempre, anche nel migliore dei mondi possibili e anche le persone non “colte”, a porsi una serie di domande sull’amore, la natura, la famiglia, Dio e la società che altri sono esentati dal porsi obbligatoriamente. E questo complesso di domande è anche una ricchezza per l’individuo. Se diamo tutto per scontato e lasciamo comunque soli questi ragazzi, anche in nome della “tolleranza” o delle teorie di genere, se non facciamo loro da sponda per esprimersi, se lo desiderano e spesso lo desiderano, e trovare la propria, peculiare forma di omosessualità, rischiamo di lasciarli ancora sofferenti, sia pure in un modo diverso rispetto al passato, “accettati” ma non capiti. Questo mi spiega perché persista un disagio, che ho avuto modo di costatare, pur in condizioni di apertura sociale molto migliori rispetto alla fine degli anni ottanta, che io conosco perché avevo allora poco più di vent’anni. Ascoltare e capire non dipendono dalla legge o dal costume ma dalla mente.
E su questo piano dobbiamo tutti ancora e sempre crescere.

L'Autore
Piergiorgio Paterlini è nato a Castelnuovo Sotto, Reggio Emilia, nel 1954. Giornalista, fondatore con Michele Serra dell’inserto “Cuore”, scrittore di teatro e narrativa, alterna da anni opere di inchiesta giornalistica e saggi a opere più propriamente narrative. Si è rivelato un fine indagatore non solo dell’omosessualità, con un occhio particolare a quella degli adolescenti, e dei temi ad essa legati, ma anche, più in generale, della sessualità e della corporeità. “Ragazzi che amano ragazzi” è stato il suo vero libro di esordio che lo ha fatto conoscere a un pubblico molto vasto. Tra i libri posteriori segnalo, in ambito giornalistico e saggistico, “I brutti anatroccoli” (1994 e 1998), storie di ordinaria bruttezza, “Adottare un figlio” (2000, con Marco Scarpati), “Matrimoni gay” (2005); in ambito narrativo, “Lasciate in pace Marcello” (1997 e 2015) e il recentissimo “Bambinate” (2018).

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