FRED UHLMAN, Guanda, 1987

Niente resurrezioni per favore

“Niente resurrezioni, per favore” è il terzo racconto della trilogia del ritorno di Uhlman, ma non ha come protagonisti gli stessi personaggi dei due racconti precedenti. È meno noto degli altri due, soprattutto de “L’amico ritrovato”, consacrato dal film di Schatzberg del 1989, che si rivelò, a mio parere, piuttosto illustrativo e didascalico. Oggi quel racconto è notissimo, continuamente ristampato, presente anche nelle antologie scolastiche, ritornarvi non sembra necessario. Quanto all’altro, “Un’anima non vile”, primo della serie, è una dignitosa lettura della stessa storia successivamente sviluppata ne L’amico ritrovato dalla parte dell’aristocratico nazista e ne illumina dubbi, illusioni, ripensamenti. Nulla di più.
In questo terzo e ultimo racconto della trilogia non ci sono più Hans e Konradin, ma un nuovo protagonista in continuità ideale con il giovane ebreo protagonista de L’amico ritrovato. Simon Elsas, ci appare infatti in fondo un Hans invecchiato che fa i conti con la sua storia e la sua memoria.
Quello che interessa ora all’autore non è raccontare i fatti e ripercorrere una drammatica esperienza personale, ma porre il cruciale problema delle responsabilità attraverso il sentimento di diffidenza totale che si è impadronito di Simon e lo condiziona nel breve soggiorno in una città che da una parte riconosce distintamente, dall’altra gli risulta estranea e repulsiva.
Simon è andato via dalla Germania perché ebreo a trent’anni e negli Stati Uniti ha abbandonato la sua professione di avvocato per diventare pittore. Di ritorno da un viaggio verso la sua nuova patria, si ferma nella città tedesca doveva aveva abitato, presumibilmente Stoccarda, e l’impressione è frastornante.
Incontra un vecchio compagno di scuola ed è invitato, quasi forzosamente, a un incontro della sua classe di liceo. L’atmosfera è strana, l’amico molto caldo nelle presentazioni, ma il fulcro della serata è il discorso di Simon, che risulta molto duro: “Devo dirvi che, finché non conoscerò il passato di ciascuno di voi, finché non avrò la certezza che le vostre mani siano pulite, tra noi rimarrà un abisso”. Si scatenano polemiche violente di tutti contro tutti: chi può considerarsi responsabile e di cosa? Di crimini, di eccessi? Si è violato un principio basilare di umanità, si è solo infranta la misura? Si poteva reagire? E come?
E ritorna la frase magica che sempre ascoltiamo quando si parla di genocidi e crimini di guerra: “Ubbidivo agli ordini”. Sembra che su questo punto la stessa riflessione teorica resti paralizzata sulla soglia del terrore, che non sappia discernere quel labile confine tra l’eterna aggressività di Caino e lo sterminio razzista teorizzato, pianificato e attuato con burocratica precisione, che non sappia connettere la legge con la coscienza e individuare il ruolo del singolo in tragedie del genere. Simon Elsas si arrende. Nella confusione dell’alterco scivola via.
“Ognuno era colpevole, ognuno era vittima. Il veleno aveva compiuto la sua opera.” È una riflessione posteriore all’incontro con gli ex-compagni di scuola, quando Simon ricorda, riflette, tenta un giudizio su tutta la situazione nella quale è venuto a trovarsi e condensa bene lo spirito amaro del libro. Ognuno deve seguire la propria storia ma nella consapevolezza che tutto è stato maledettamente complicato. Anche le vittime, che hanno una loro percezione lineare del bene e del male, devono fare i conti con questa complessità.
Il discorso viene ripreso quando uno dei suoi ex-compagni, un generale mutilato, sente il bisogno di cercare Simon nel suo albergo e ancora una volta si mette in scena l’incomunicabilità tra due mondi. Il generale vuole spiegare, ma senza una reale autocritica, senza chiedere perdono, vuole principalmente ribadire che non c’era niente di passionalmente malvagio in quanto ha fatto: “Sono qui soltanto per cercare di convincerla che, come il Führer, ho agito sempre e soltanto per principio, mai per bramosia di crudeltà. Eravamo simili ai medici che amputano un arto per salvare il corpo dalla cancrena. So che per lei che è ebreo questo sarà difficile, se non impossibile, da capire, ma potrebbe almeno riconoscere che non ho agito in modo disonorevole o crudele”.
 Per principio: quando i principi passano sulla carne dell’uomo e la straziano.
Ma Simon non concede nulla: “Lo fissò e di nuovo attese, ma Simon Elsas rimase zitto. Gli ebrei massacrati gli dicevano che così doveva fare”.
Si era fermato soprattutto per una donna, un tenero, stroncato amore di gioventù: voleva verificare cosa fosse successo allora e perché, voleva vedere cosa fosse rimasto. Nemmeno con lei riesce a recuperare un dialogo: freddi, distanti. Lei lo sente giudice, lui non le perdona di non delineare un accenno di autocritica.
Lei lo cercherà ma arriverà tardi: un biglietto letto nel taxi che porta Simon all’aeroporto suona infine come una pietra tombale: “Non ti ho incontrato per il ritardo di un minuto. Volevo dirti addio. Ho capito che non potevo lasciarti andare così…Perché sei tornato; e perché, tornando, non hai cercato di capire? Ormai non ho più speranze, mi auguro soltanto che questa vita sia l’unica da vivere, indubitabilmente. Niente resurrezioni, per favore. D’inferni ne basta uno. Per sempre tua”. Una breve riflessione, un momento di perplessità, poi la lettera finisce strappata, i frammenti volano in aria: “Niente resurrezioni, per favore”.
 Meglio per ciascuno rimanere nella propria vita di adesso, quella che ci si è costruiti dopo.
Teso e incalzante ma non sempre efficace come avrebbe potuto essere, “Niente resurrezioni, per favore” ha il merito di porre molte domande e dare poche risposte, o meglio, di permettere al lettore di costruirsi la sua con le riflessioni e le esperienze dei diversi personaggi. Non a caso ho citato molto le parole stesse dei protagonisti, perché è solo lì che possiamo cogliere il dramma dei singoli mentre cerca di farsi visione d’insieme ma resta dramma individualmente vissuto e percepito con tragica assolutezza e profonda solitudine.
Il racconto rappresenta inoltre, sia pure solo dal punto di vita dell’ebreo vittima, un momento reale della vita della Germania del dopoguerra, quando, dopo la rimozione seguita al trauma dei processi di Norimberga e dopo l’euforia della rinascita economica, qualcosa di inquieto comincia di nuovo a serpeggiare nella coscienza tedesca.  Presto, soprattutto i giovani tedeschi, avrebbero cominciato a chiedere ai “padri: “Ma tu cosa hai fatto ai tempi di Hitler e perché?”
Gli amici di Simon sono proprio quei padri ai quali presto i figli chiederanno conto non solo della ricostruzione materiale della Germania, ma soprattutto di quella morale, che non poteva basarsi su una gigantesca rimozione collettiva.

L'Autore

Fred Uhlman (Stoccarda 1901-Londra1985) è stato avvocato, pittore e scrittore tedesco. Emigrato dalla Germania nel 1933, quando, con l’avvento del nazismo al potere, da ebreo e socialdemocratico qual era, si vide preclusa ogni possibilità di esercizio della professione e a rischio di persecuzioni, si rifugiò prima in Francia, poi in Spagna, poi di nuovo in Francia, infine approdò in Inghilterra dove rimase per tutta la vita. In Francia aveva cominciato a dipingere da autodidatta e in questo campo, abbandonata ormai l’attività forense, si affermò definitivamente nel Regno Unito con esposizioni che gli procurarono crescente successo.
Scrittore di lingua inglese, la letteratura fu per lui un’occupazione non primaria ma alla quale attribuiva grande importanza. Nel 1961 pubblicò “Un’anima non vile”, l’amara confessione di un giovane ufficiale aristocratico che aveva partecipato alla congiura contro Hitler di Von Stauffenberg del luglio 1944, sotto forma di una lettera a un amico ebreo. Riprese questo spunto dal punto di vista dell’amico ebreo nel breve romanzo più articolato del 1971, “L’amico ritrovato” (Reunion), che, dopo una timida accoglienza iniziale, ebbe una vasta diffusione internazionale dilagando in tutto il mondo con decine di traduzioni e innumerevoli ristampe. Del 1960 è la sua autobiografia, “The making of an englishman. The autobiography of Fred Uhlman”, tradotta in italiano con il più generico titolo di Storia di un uomo, del 1979 l’ultimo racconto del ciclo, No resurrection, please, Niente resurrezioni per favore.