THÉOPHILE GAUTIER, Edizioni Flavius, 2007

Arria Marcella

C’è un confronto che ci portiamo dentro tutti, più o meno consciamente, colti e meno colti: quello con il passato, con la memoria collettiva che ne abbiamo, con i miti che si sono generati, con tutto quel patrimonio simbolico che scatta quando si parla di “impero romano” “Egitto”, “fascismo”, “Arabi”, “impero germanico” e così via.
L’“Arria Marcella” di Gautier intreccia passato e presente sull’onda della potente suggestione che a metà del XIX secolo proveniva dagli scavi di Pompei, un autentico brandello di passato vivo incastonato nella vita dei “moderni” delle diverse generazioni. In linea con la poetica romantico-archeologica dell’autore, rilevabile anche in altri racconti e romanzi brevi, “Arria Marcella” è presentato in questa edizione con notevole attenzione, nella prefazione, nelle note e nell’apparato iconografico, al dato archeologico, allo stato degli scavi nel 1850, quando Gautier li visitò e concepì questa novella, pubblicata due anni dopo. Ed è infatti essenziale che il lettore dimentichi la Pompei che vede oggi e veda la città con gli occhi di Gautier e dei suoi giovani protagonisti, per farsi davvero condurre dall’autore in questa rêverie, in questo sogno fantastico. I visitatori dell’Ottocento vedevano ovviamente meno di noi, ma con colori più vividi: gli stessi edifici che allora apparvero eccezionali per stato di conservazione, si presentano ai nostri occhi con colori più smorti e consunti. E da una visita parte questo racconto che poi assume i connotati della visione.
Tre giovani francesi visitano il Museo Archeologico di Napoli, “le musée des Studii” di allora, e girano curiosi e appassionati tra le sale. Uno di loro, Octavien, si sofferma dinanzi a una vetrina che contiene un “blocco di cenere coagulata che reca un’impronta incavata… l’occhio esercitato di un artista vi avrebbe facilmente riconosciuto la forma di uno splendido seno e di un fianco dallo stile così puro come quello di una statua greca”. Octavien è rapito da quell’impronta, gli amici devono quasi trascinarlo via perché li aspetta il treno per Pompei.
La visita della città è accurata, Gautier lavora su impressioni di prima mano e le notazioni archeologiche sono precise. L’autore ci restituisce l’emozione di percorrere una città antica bloccata in un momento qualsiasi della sua vita. Allora la città era scavata a tratti, per raggiungere l’Anfiteatro i tre amici e la guida devono attraversare “campi dove volgari ortaggi maturano sulle meraviglie dell’arte, immagini materiali dell’oblio che il tempo stende sulle cose più belle!”.
Comincia a prendere corpo il simbolo.
Ma è nella villa attribuita allora erroneamente ad Arrio Diomede che Octavien vive un momento di grande emozione quando la guida parla degli scheletri ritrovati e dell’impronta di un seno strappata dal banco lavico ed ora esposta nel museo di Napoli. Ha ritrovato la sua donna. Nella taverna segue svagato i discorsi sull’amore dei suoi amici. Egli ha una concezione ideale della bellezza e dell’amore, che lo porta lontano dagli incontri reali che può fare negli ambienti borghesi che frequenta. Si è creato un harem ideale dove convivono Cleopatra e Semiramide, si è innamorato della Venere di Milo, rimpiangendo accorato che nessuno le ridarà le braccia per poterlo stringere al suo seno, ha tentato tramite un medium di evocare una donna dai capelli trovati in una tomba di Roma. In questa disposizione d’animo tutta proiettata sulla misteriosa donna di cui ha visto l’impronta del seno trascorre la serata e, quando ognuno si ritira nella sua stanza, è eccitato, non riesce a dormire e ritorna agli scavi.
E qui avviene il prodigio: la città è animata, viva, Octavien pensa subito che potrà trovare la sua donna, incontra un giovane che lo conduce a teatro ad assistere alla rappresentazione della “Casina” di Plauto e qui vede una donna bellissima: è lei. Dopo lo spettacolo una liberta, Thyche Naevoleja, nota dalla sontuosa tomba vicino alla villa di Diomede che ha visto durante il giorno, lo avvicina, gli porta un messaggio della sua padrona, Arria Marcella, che vuole incontrarlo. Il giovane la segue, entra nella villa, è affidato agli schiavi per il bagno, rivestito di una candida tunica e ammesso alla presenza della padrona. Arria Marcella lo invita accanto a sé sul biclinio.
Ha riconosciuto in lui il suo amante ideale quando lo ha visto soffermarsi davanti al suo seno nella teca del museo, lui l’ha evocata: “la fede crea il dio, l’amore crea la donna. Si è veramente morti solo quando non si è più amati: il tuo desiderio mi ha restituito la vita, la potente evocazione del tuo cuore ha abolito le distanze che ci separavano”.
L’autore annota: “Il concetto di evocazione amorosa che la fanciulla esprimeva rientrava nelle convinzioni filosofiche di Octavien, convinzioni che non siamo lontani dal condividere”. Tutta la storia resta sempre attuale, ogni personaggio può essere sempre evocato: una sorta di romanticismo spiritistico costituisce l’esile impalcatura di questo racconto che si avvicina al suo culmine.
Octavien ammette che può amare solo fuori del tempo e dello spazio: tutto è predisposto per l’amore, quando nella sala entra il padre di Arria, convertito al cristianesimo, che inveisce aspramente contro la figlia e la sua condotta lussuriosa. Arria reagisce esaltando contro la triste religione cristiana gli dèi del paganesimo “che amavano la vita, la giovinezza, la bellezza e il piacere”. Il vecchio a questo punto rompe l’incantesimo e Arria appare solo un mucchietto di cenere e ossa accanto ad Octavien.
Gli amici, preoccupati della sua assenza, lo trovano alla fine svenuto negli scavi: non parlerà mai della su esperienza. Ritornato in patria, si sposerà ma il suo comportamento sarà sempre come estraniato, al punto che la moglie sospetterà ingiustamente che abbia un amante. “Ma come avrebbe potuto pensare di esser e gelosa di Marcella, figlia di Arrio Diomede, liberto di Tiberio?”
Lo straniamento di Octavien è al centro di tutto il racconto e ne costituisce il motivo poetico più consistente e affascinante, ben più dell’esasperata, astratta e in fondo superficiale contrapposizione tra cristianesimo e paganesimo concepiti come due blocchi monolitici antitetici. Octavien è diverso da sempre, perso nei suoi sogni di bellezza ideale, estraneo in buona parte al mondo che lo circonda, e il suo sogno pompeiano è la materializzazione di questa diversità, la sua parte fantastica che lo renderà per sempre distante dal mondo e custodirà il suo io più autentico. In forme “pompeiane” Gautier ci ha dato un esile ma suggestivo profilo di un eroe tardo-romantico che inclina ai miti del decadentismo e vive la sua vita autentica in un “altrove” di mistero e di suggestione. Ma ci ha mostrato anche quanto può essere coinvolgente e totalizzante, anche quando non è storicamente ineccepibile, il confronto con il passato quando al passato si aderisca con tutta la forza delle proprie aspirazioni interiori.
Ma del seno di “Arria” cosa ne è stato? Ne accenna ancora Jensen nella sua novella pompeiana “Gradiva”, pubblicata nel 1903, non saprei dire se per visione diretta. Amedeo Maiuri, sovrintendente alla Antichità della Campania per trentasette anni, gli dedicò uno scritto nel suo volume “Pompei ed Ercolano. Fra case e abitanti” del 1950: “Ho cercato per l’ultima volta il seno di Arria Marcella nelle vetrine, nelle scansie, nei vecchi depositi del Museo… Ma ogni ricerca è stata vana. Della sua scomparsa non ho trovato neppure notizia nelle vecchie carte d’archivio.”
Scomparso, svanito, come la rêverie di Octavien. Ma grazie al racconto di Gautier resta dentro di noi.

L'Autore

Théophile Gautier (Tarbes 1811-Neuilly 1872) è stato un prolifico scrittore francese, poeta, romanziere, giornalista e critico d’arte, stimato e ammirato da Baudelaire, Flaubert, Hugo. Tra i romanzi ricordiamo in particolare “Capitan Fracassa”, del 1863, per il quale è soprattutto noto in Italia. Ma numerosi sono i suoi racconti di argomento storico, realistico e fantastico, dei quali il lettore italiano può farsi un’esaustiva idea attraverso il volume Théophile Gautier, “Racconti”, pubblicato nel 2003 nella collana ‘La biblioteca di Repubblica. Ottocento”, con introduzione di Carla Pasi e traduzione di Donata Feroldi.